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martedì, 01 maggio 2007,16:50

Abbiamo parlato nel precedente articolo della misura, e l'abbiamo definita come un modo finito ed oggettivo per rendere definibile in modo oggettivo un dato Essere finito. Analizziamo ora meglio questa definizione.

 

"Modo finito ed oggettivo..."

La misura ha lo scopo di rendere confrontabili essenze o sostanze che altrimenti, seppur diverse tra loro, non potrebbero essere confrontate e quindi definite. Per definire una qualsiasi cosa, infatti, è necessario sapere cosa tale cosa non è, e di conseguenza si può definire. La definizione di qualcosa è sempre cioè un pensiero che si forma per esclusione. E ciò che permette di escludere è proprio la presenza di una misura che permetta un confronto tra essenze o tra sostanze.

 

"...per rendere definibile in modo oggettivo..."

La definizione che risulta dall'esclusione di essenze o sostanze diverse deve essere comprensibile a tutti coloro che conoscono la misura di riferimento usata per determinare tale definizione. In tal senso la definizione deve essere oggettiva, ossia misurata nell'unità di misura adottata per la definizione di quel dato tipo di essenza o sostanza.

 

"...un dato Essere finito"

Ciò che definiamo è sempre un Essere, ossia un'essenza. Anche una sostanza, infatti, è sempre una manifestazione di un'essenza. Ciò che definiamo è sempre cioè un concetto.

Ciò che definiamo quindi, essendo un'essenza, deve essere definito sempre in modo causale o identico (vedi articoli precedenti). Si parla di causalità di una definizione quando essa è oggettiva, cioè misurata basandosi sull'esperienza empirica o teorica, ossia logica. Si parla invece di identità di una definizione quando essa è sì oggettiva, cioè misurata basandosi sull'esperienza empirica o teorica, ma non logica poiché, essendo una definizione identica, di per sé un'unità concettuale indivisibile non ha al suo interno alcuna connessione logica con alcun altro concetto. Una definizione causale, invece, è una definizione composta da più unità concettuali legate logicamente tra loro.

La misura è quindi composta da un mezzo (singole unità concettuali o definizioni identiche) e da un fine (unità concettuali connesse logicamente o definizioni causali). Ed è bene sottolineare che i concetti di mezzo e fine sono originari e propri solo della misura e di tutte le misure: solo ciò che necessita di essere misurato può fungere da mezzo (della misura) al fine di misurare. Ogni mezzo è sempre una misura, ed ogni fine è sempre una misura. In altre parole, ogni mezzo è sempre mezzo della misura, ed ogni fine è sempre fine della misura.

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mercoledì, 25 aprile 2007,20:23

Abbiamo visto che l'unico modo per rendere oggettivo il soggettivo è attraverso la creazione di una misura del valore. Ma cos'è una misura? Una misura è un "modo finito ed oggettivo per rendere definibile in modo oggettivo un dato Essere finito".

Le due misure primarie sono, come detto, l'Essere (misura dell'esistente, unità di misura: essenza) e l'Avere (misura del manifestato, unità di misura: sostanza).

Ora, l'Essere può essere sia finito sia infinito, tuttavia l'Essere infinito non può essere una misura poiché non può essere un modo finito per sua natura. E' l'Essere finito quindi che è misura dell'esistente. Ora, gli Essere finiti possono essere sia oggettivi sia soggettivi, come visto, e quindi possiamo suddividere ulteriormente la misura dell'esistente in base alla definizione: se l'Essere finito è oggettivo si parlerà di misura quantitativa, se invece l'Essere finito è soggettivo si parlerà di misura qualitativa.

L'Avere, a differenza dell'Essere, può invece essere solo finito. E' quindi l'Avere finito che è misura del manifestato. Ora, gli Averi finiti possono essere sia oggettivi sia soggettivi, come visto, e quindi possiamo suddividere ulteriormente la misura del manifestato in base alla definizione: se l'Avere finito è oggettivo si parlerà di misura quantitativa, se invece l'Avere finito è soggettivo si parlerà di misura qualitativa.

Esistono quindi 4 tipi di misure: misura qualitativa dell'esistente, misura qualitativa del manifestato, misura quantitativa dell'esistente e misura quantitativa del manifestato.

La misura del valore, quella misura che rende oggettivo il soggettivo, è una misura quantitativa dell'esistente se l'unità di misura è un'essenza numerica; è invece una misura qualitativa dell'esistente se l'unità di misura è un'essenza verbale.

La misura del valore come misura quantitativa dell'esistente è quella che siamo soliti chiamare linguaggio numerico, mentre la misura del valore come misura qualitativa dell'esistente è quella che siamo soliti chiamare linguaggio verbale o gestuale.

Misura del valore e linguaggio sono cioè sinonimi.

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domenica, 22 aprile 2007,18:43

La definizione dell'Essere, come visto, può essere sia soggettiva sia oggettiva. Ma quali sono queste definizioni dell'Essere? E' possibile classificarle? Vediamo un po'.

 

La definizione dell'Essere indica la modalità di comprensione di un Essere da parte di un altro Essere o di un Essere manifesto (un Avere, che sempre Essere è). Anche la comprensione di un Essere (come la modalità di espressione) si basa su un linguaggio, ossia su "un insieme di codici necessari per lo scambio di informazioni tra due o più Esseri". Tali codici sono per natura delle essenze, non delle sostanze, essendo il linguaggio un concetto mentale, sebbene la sua trasmissione possa essere anche verbale o gestuale. E' la mente, infatti, che codifica il linguaggio, indipendentemente dal modo in cui tale linguaggio venga espresso.

 

Il linguaggio è quindi il modo oggettivo (in quanto finito) di comprensione di un Essere. Qualsiasi tipo di linguaggio infatti è per definizione finito, e quindi oggettivo, proprio perché indica un dato "insieme" (finito) di codici. Qual è quindi il modo soggettivo di comprensione di un Essere? L'unico modo è quello di un Essere che perda ogni riferimento sul valore delle cose, che perda cioè il contatto con ciò che è altro da sé, e di conseguenza perda ogni riferimento di una corretta misura del valore. Il modo soggettivo di comprensione di un Essere è quindi quello che si suole chiamare Ego, ossia quell'Avere (Essere manifestato) che pensa di essere un Essere.

 

Se il linguaggio è quindi il modo di comprensione tra Esseri finiti, l'Ego è il modo di comprensione tra Averi (Esseri finiti manifestati), che sono parte anch'essi dell'Essere infinito. L'Essere infinito non è quindi anche una definizione dell'Essere: d'altra parte non può che essere così dato che l'Essere infinito, essendo tutto, è sia oggettivo sia soggettivo e per tal motivo non può definire l'Essere in alcun modo. Per definire un Essere in modo oggettivo è necessaria una misura, quale è il linguaggio.

 

Se il modo dell'Essere può quindi essere visto come il lato attivo (espressione) della comunicazione tra Esseri, la definizione dell'Essere può invece essere vista come il lato passivo (comprensione) della comunicazione tra Esseri.

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domenica, 22 aprile 2007,18:39

Il modo dell'Essere, come visto, può essere sia finito sia infinito. Ma quali sono questi modi dell'Essere? E' possibile classificarli? Vediamo un po'.

 

Il modo dell'Essere indica la modalità di espressione di un Essere nei confronti di un altro Essere o di un Essere manifestato (un Avere, che sempre Essere è). La modalità di espressione si basa su un linguaggio, ossia su "un insieme di codici necessari per lo scambio di informazioni tra due o più Esseri". Tali codici sono per natura delle essenze, non delle sostanze, essendo il linguaggio un concetto mentale, sebbene la sua trasmissione possa essere anche verbale o gestuale. E' la mente, infatti, che codifica il linguaggio, indipendentemente dal modo in cui tale linguaggio venga espresso.

 

Il linguaggio è quindi il modo finito di espressione dell'Essere. Qualsiasi tipo di linguaggio infatti è per definizione finito, proprio perché indica un dato "insieme" (finito) di codici. Qual è quindi il modo infinito di espressione dell'Essere? L'unico modo è quello di un Essere infinito, il quale solo può comunicare in modo infinito. Il modo infinito di espressione dell'Essere è quindi l'Essere infinito stesso, che è l'unico modo in cui l'Essere infinito comunica agli altri Esseri (finiti).

 

Se il linguaggio è quindi il modo di espressione tra Esseri finiti, l'Essere infinito è il modo di espressione tra l'Essere infinito stesso e gli Esseri finiti (che sono parte dell'Essere infinito stesso). L'Essere infinito è quindi sia un Essere sia un modo dell' Essere.

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domenica, 22 aprile 2007,18:35

Abbiamo detto che il rapporto tra due Averi è dipendente o indipendente, ossia che una sostanza è vincolata o libera. Cerchiamo di approfondire.

 

L'Avere, essendo vincolato di per sé dallo spazio e dal tempo, può essere solamente finito. Ed una sostanza può avere rapporti solo con altre sostanze, cioè concetti che sono nella natura uguali ad essa. Se vi sono solo la natura ed il modo in comune tra due o più sostanze, si parla di indipendenza tra tali sostanze; se vi è in comune anche la definizione allora si parla di dipendenza tra tali sostanze.

 

Una sostanza è indipendente da un'altra sostanza, quindi, se la definizione della prima (oggettiva o soggettiva) è diversa dalla definizione della seconda (oggettiva o soggettiva). Se entrambe le definizioni (soggettive od oggettive che siano) sono uguali, allora vi è dipendenza tra tali sostanze.

 

Due definizioni per essere uguali devono non solo essere entrambe soggettive od entrambe oggettive, ma devono anche manifestarsi nello spazio e nel tempo nella stessa identica forma sostanziale.

 

Come si distingue una definizione soggettiva da una oggettiva? Una definizione soggettiva non è misurabile quantitativamente, ma è solo valorizzabile qualitativamente. In altre parole, una definizione soggettiva è illogica (vedi Filosofia Non Logica), mentre una definizione oggettiva è logica (vedi Filosofia Logica).

 

La dipendenza/indipendenza di una sostanza da un'altra, quindi, può essere sia logica sia illogica, ossia può o meno dipendere dall'utilizzo di affermazioni consequenziali basate sull'esperienza empirica o teorica.

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